
LUMIÈRE: L’AVVENTURA DEL CINEMA
«Lumière. L’avventura del cinema»: una lezione sempre valida su come guardare il mondo (voto 8)
Un film fatto di 120 film. Può sembrare un controsenso o una follia, ma è la verità: Lumière. L’avventura del cinema è un film (pensato e diretto da Thierry Frémaux, a capo dell’Institut Lumière di Lione e direttore artistico del Festival di Cannes) che ripercorre gli inizi della storia del cinema quando i fratelli Lumière mandavano in giro per il mondo i loro operatori a riprendere tutto quello che era possibile (da New York furono scacciati malamente perché Edison non sopportava la loro concorrenza), ma è anche composto da 120 «vedute», cioè 120 film veri e propri, molti mai visti — anche se lunghi solo 50 secondi, il massimo della durata possibile allora — ognuno dei quali con un soggetto, una messa in scena e uno scopo. Il che suggerisce di trattare questo film da due punti di vista distinti per poter arrivare ad apprezzare come merita questa straordinaria opera multipla.
Iniziamo dall’insieme. Dopo aver diretto nel 2016 Lumière! Il film (in Italia uscito solo in dvd, dalla Cineteca di Bologna) dove l’attenzione era puntata soprattutto sull’invenzione dell’apparecchio che si sarebbe chiamato cinématographe e avrebbe dato il nome a quel nuovo tipo di spettacolo, con questo nuovo film Frémaux vuole mettere in evidenza il valore estetico, culturale e sociologico di quello che i fratelli Lumière produssero e distribuirono. Le loro «vedute» (il termine film sarebbe arrivato più tardi) aprivano la strada a un nuovo modo di guardare il mondo, come prima non sembrava possibile. E non solo per gli oggetti di quelle riprese, visto che già dal 1896 gli operatori della ditta partono per i quattro angoli del mondo, ma per l’intuizione che tutto è filmabile, che ogni soggetto è degno d’attenzione e che lo sguardo umano può fermarsi su tutto ciò che lo circonda.
La riprova è la varietà di soggetti che i parigini possono vedere quel famoso 28 dicembre 1895 al Salon des Italiens. Lo spettacolo si apre con il primo film che i due fratelli avevano girato (probabilmente il 19 marzo di quell’anno), L’uscita dalle officine, le loro officine a Lione, per poi saltare a due soggetti «militari» (volteggi a cavallo ed esercitazioni di salto con una coperta, non proprio ineccepibili nella loro esecuzione), a immagini familiari (la figlia di Auguste Lumière che gioca con la boccia dei pesci rossi e poi il momento della merenda), alle scene dove vediamo un fabbro al lavoro o l’arrivo dei congressisti a un convegno di fotografia e arrivare alla prima comica del cinema (il celeberrimo L’innaffiatore innaffiato) fino all’immagine di alcune persone che si tuffano nel mare, a La Ciotat.
È un mondo che prende vita davanti ai primi spettatori, un mondo dove tutto è degno di essere ripreso e dove quello che sarebbe diventato il linguaggio cinematografico inizia a prendere forma, perché — e qui è il momento di guardare ai singoli film — di fronte a quelle immagini non si può non restare affascinati dalla bellezza e dall’eleganza delle singole «vedute». La domanda che ogni regista si dovrebbe porre (dove mettere la macchina da presa?) trova in queste riprese la sua risposta perfetta: difficile pensare a un modo diverso di inquadrare, di filmare quello che sta davanti all’obiettivo. Che si tratti di una famiglia giapponese che tiene a bada i bambini o di un treno che entra in una galleria, di un veliero che solca le onde del mare o dei visitatori dell’Esposizione universale, ci accorgiamo che in quel momento il cinema sta inventando il proprio sguardo, ci sta offrendo una visione del mondo che non è separabile dalla sua rappresentazione. E mentre dà una forma a quello che fino ad allora non esisteva (il cinema appunto) nello stesso tempo sta anche creando l’esigenza dello spettatore di osservare un mondo che ancora non conosceva. E la frase che il padre dei Lumière disse al giovane Méliès per dissuaderlo dal comprare una di quelle macchine («è un’invenzione che non ha futuro») assume così il suo vero significato: la gelosia di chi quel futuro lo voleva tutto per se e i suoi figli.